Centrali idroelettriche in Trentino e cinema Mercoledì, 24 Ottobre 2012

Ieri al Barycentro la proiezione del film "Gli uomini della luce", girato dalla regista trentina Katia Bernardi. Le testimonianze dei protagonisti della grande impresa umana e ingegneristica che fu la costruzione delle centrali idroelettriche, si intrecciano con le scene dei film in bianco e nero girate da giovani registi, allora sconosciuti, come Ermanno Olmi, Dino Risi, e Angio Zane venuti in Trentino a documentarla.

Freddo e gelo. Ore e ore di lavoro. Mesi senza tornare a casa propria. Furono migliaia gli uomini che negli anni '50 parteciparono a quello che allora era il desiderio di tutti: creare l’elettricità idroelettrica. Un lavoro che la giovane regista Katia Bernardi ha raccontato nel film “Gli uomini della luce” proiettato ieri sera al Barycentro.  Il documentario attraversa oltre mezzo secolo di storia intrecciando le testimonianze e i ricordi di chi ha vissuto in prima persona quell’impresa umana e ingegneristica, con le immagini dei film d’epoca girati da grandi registi che in quegli anni arrivarono in cima alle montagne e lungo i fiumi del Trentino per documentare il lavoro di altri "uomini della luce".

“Dopo aver scoperto questi straordinari film d’epoca girati da registi come Ermanno Olmi, Dino Risi e Angio Zane – ha spiegato ieri serala regista Katia Bernardi- sono andata, insieme ai colleghi Daniele Filosi, Mattia Gelmi e Mattia Pelli, alla ricerca degli operai, accidentali attori dei cantieri, e con loro siamo ritornati sui territori della costruzione delle centrali.” I racconti a colori di Pierino, Franco e Beppo vengono rivissuti nelle scene in bianco e nero di film come “Alto Chiese” e "Tre fili fino a Milano" di Ermanno Olmi(allora dipendente della Edison), “Le acque dell’Adamello” e "Dove il Sarca finisce" di Angio Zane ed infine “Come nasce il kilowatt” e "La miniera di luce" di Dino Risidove loro stessi si riconoscono e ricordano. “Non so come spiegarlo – ha raccontato Franco Giovannini, geometra del cantiere della diga di Malga Bissina in Val Daone, presente ieri sera a Barycentro – ma quando ti viene alla mente un ricordo, poi subito dopo ne arriva un altro e un altro ancora fino a rivivere tutto. Il ricordo più vivo però è il freddo. Era il ’57, pieno inverno in Val Daone, 2000 persone da tutta Italia stavano costruendo la diga di Malga Bissina a circa 1800 metri d'altitudine. Lavoravamo con le scarpe bagnate e dormivamo in stanze non riscaldate, la mattina trovavamo l’acqua gelata. E ogni giorno che passava, quando stavamo a lavorare sui pali per ore e ore, il pensiero andava sempre alla famiglia”. “Eppure – racconta Pierino nel film – lavoravamo come se gli impianti fossero nostri.Il nostro pericolo era il pericolo di tutti. Se qualcuno si faceva male, quel qualcuno erano nostro figlio, fratello, padre”. “Uno degli elementi sui cui abbiamo lavorato nel film – ha spiegato ieri la regista – è stata anche la compartecipazione, il lavoro di squadra di quegli uomini, uniti dal sogno che allora rappresentavano le centrali idroelettriche.” Un lavoro duro che, come ha sottolineato il signor Franco, “oggi non si può nemmeno immaginare. Parliamo di soli 50 anni fa, non di 500, eppure adesso è impensabile usare solo badile, piccone e carriole per qualsiasi tipo di lavoro, tanto più per costruire intere centrali. Senza gli indumenti adatti, senza guanti e con le scarpe sempre umide. Per non parlare delle norme di sicurezza, totalmente inesistenti.”  

L'evento rientra nell'Autunno Culturale di Con.Solida. che prevede, questa sera alle20.30 aSpini di Gardolo (in via Kufstein presso la nuova sede di Kinè e Saidea) l’incontro "Inclusione e sviluppo. Quali ponti servono all'Italia?". Saranno presenti, fra gli altri, l'economista Marco Simoni  e Sergio Bettotti, presidente di NGM, Sviluppo reti telematiche Provincia di Trento.

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