"Per leggere il cambiamento servono occhi creativi" Mercoledì, 24 Ottobre 2012

Quattro ospiti a confronto sulla crisi ambientale ed il clima che cambia

Non sono notizie rassicuranti, e c'era da aspettarselo, quelle emerse da “Ambiente bene comune. Le sfide dei cambiamenti climatici”, l'incontro organizzato martedì sera dalla cooperativa sociale Kinè nell'ambito degli appuntamenti inaugurali del nuovo polo IT di via Kufstein.

A parlarne nell'incontro moderato dal giornalistaEnrico Nicoletti, c'eranoMarcello Vichi, ricercatore presso l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ed esperto di simulazione degli ecosistemi;Vincenzo Tabaglio, professore della facoltà di agraria della Università Cattolica a Piacenza; l'antropologo e scrittoreAlberto Salza, autore di volumi tra i quali “Madre Africa”, “Niente”, “Antropologia della povertà estrema” e il vicepresidente della giunta provincialeAlberto Pacher.

I dati forniti da Vichi hanno inquadrato la questione. L'anidride carbonica nell'atmosfera è aumentata dallo 0,028 % allo 0,039 % in 150 anni. Il 2012 è stato il nono anno più caldo dal 1880, collocandosi in una serie storica che vede le temperature medie in crescita costante negli ultimi decenni. Il 2012 è stato anche l'anno del minimo storico del ghiaccio artico, che dal 1980 è crollato del 40% circa. Dal 1980 ad oggi le temperature si sono alzate di circa 0,8-1 grado. “Sono variazioni difficili da percepire a livello individuale – ha spiegatoVichi– perchè coinvolgono certe aree più di altre. Il dato globale però è inconfutabile”.

Vincenzo Tabaglio, grande esperto di agricoltura, ha parlato dei rischi di “tropicalizzazione” di alcuni climi tra cui quello italiano, con periodi caratterizzati da piogge abbondanti ed altri molto secchi. Il tutto in un contesto in cui, secondo le simulazioni, nel 2050 abiteranno la terra 2,3 miliardi di persone in più, servirà un aumento del 70% nella produzione di alimenti e il 90% di questi dovrà provenire da una miglior resa delle coltivazioni già esistenti, peraltro già sfruttate all'estremo. “Cosa si può fare nel campo dell'agricoltura? - ha detto – Io credo si debba andare verso un'agricoltura conservativa, in cui aumenta la sostanza organica. E' la cosiddetta 'agricoltura blu', basata sulla riduzione dell'uso di energia e il mantenimento della fertilità del suolo”.

In questo quadro si sono collocate le riflessioni diAlberto Salza, che ha proposto di dividere gli esseri umani in “prendi” e “lascia”. Tra questi ultimi ci sono sicuramente i boscimani fra cui ha vissuto per due anni, il cui rapporto con la natura è caratterizzato da un interscambio costante senza sfruttamento. “Non abbiamo il coraggio di leggere il cambiamento attraverso occhi creativi – ha detto – recuperando l'importanza del bene comune, della collaborazione tra individui. Concetti che oggi appaiono demodè ma che sono l'unica via di speranza”. L'esempio stavolta è quello delle tribù di nomadi africani, le cui decisioni vengono prese sempre all'unanimità, all'occorrenza sfinendo i contrari con lunghe serie di tesi e discorsi, fino all'elaborazione di una nuova via: “La tradizione è un killer. La potenza di una tradizione impermeabile al cambiamento, non in grado

di misurarsi con l’incertezza, porterebbe l’intero gruppo a una morte rapida. Per i pastori nomadi, il cambiamento è un modello di vita. La tradizione è di per sé immobilista: di conseguenza, se si intende perseguire il cambiamento, deve servire solamente come quadro di riferimento per l’elaborazione di nuove strategie, che riavviino positivamente il ciclo socio-economico”.

Ribaltare la visione aiuta a cambiare: “Ogni uomo ha la sua frontiera, la terra di nessuno tra sé e l’altro. La mia l’ho incontrata sulle rive del lago Turkana, in Kenya. Mi stavo ripulendo, tempo fa dopo una marcia di settimane nel nulla della Suguta Valley. «Lava, lava», mi disse un pastore di capre, «tanto non diventerai mai nero

come me»”.

“La sensazione è che per la prima volta nella storia i cambiamenti nel clima e nell'ambiente si vedano, siano tangibili nell'arco di una vita – ha dettoAlberto Pacher– e inoltre c'è l'idea di negare i problemi, finchè la natura non si prende quanto tolto come con l'alluvione di Genova dello scorso anno”. Pacher ha difeso le sue scelte: volontà di sostenere le imprese costruttrici trentine in un momento di crisi, ma senza concedere nuovi territori al cemento; ascolto di chi vuole produrre nuova energia attraverso piccole centrali idroelettriche, ma costante tutela degli oltre duemila corsi d'acqua che attraversano il Trentino.

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